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Farmaci GLP-1 e GIP: perché il supporto psicologico può fare la differenza

L’arrivo delle nuove terapie farmacologiche per la gestione dell’obesità rappresenta una svolta importante nelle possibilità di cura. Per molte persone, soprattutto dopo anni di diete, tentativi, perdita e recupero di peso e la sensazione di non riuscire a trovare una via d’uscita, questi farmaci possono aprire possibilità che fino a pochi anni fa non esistevano. Possono cambiare profondamente l’esperienza della fame e della sazietà e rendere finalmente più gestibile qualcosa che, per molto tempo, è stato vissuto come una continua lotta con il cibo.

Quando cambia la fame, non necessariamente cambia nello stesso momento tutto ciò che negli anni abbiamo costruito intorno al cibo, al peso e al nostro corpo.

È proprio in questo nuovo spazio che il lavoro psicologico può diventare parte importante del percorso.

Chi convive con l’obesità arriva spesso al trattamento dopo una lunga storia di tentativi: diete, restrizioni, perdita e recupero di peso, periodi di grande controllo seguiti da momenti di perdita di controllo. Con il tempo non si costruiscono soltanto abitudini alimentari, ma un vero e proprio sistema di percezioni, emozioni e comportamenti intorno al cibo e al peso.

Dal punto di vista strategico, diventa allora interessante osservare le cosiddette “tentate soluzioni”: tutto ciò che una persona mette in atto nel tentativo di risolvere il problema ma che, ripetendosi nel tempo, può finire paradossalmente per mantenerlo.

Controllarsi sempre di più. Eliminare determinati alimenti. Compensare dopo aver mangiato troppo. Pesarsi continuamente. Alternare restrizione e perdita di controllo. Promettersi che “da domani sarà diverso”.

Per questo non ci chiediamo soltanto perché il problema sia nato, ma soprattutto: Che cosa continua a mantenerlo oggi?Perché, in alcuni casi, è proprio il tentativo esasperato di controllare il cibo a preparare la successiva perdita di controllo.

Il farmaco modifica la fame, ma cosa succede ai pensieri sul cibo?

Uno degli aspetti più interessanti emersi con l’utilizzo dei farmaci GLP-1 riguarda quello che oggi viene spesso definito food noise: pensieri persistenti e intrusivi sul cibo, percepiti dalla persona come difficili da controllare e capaci di occupare una parte importante della giornata.

È un concetto relativamente recente e ancora oggetto di studio, ma le prime ricerche stanno iniziando a dare forma scientifica a un’esperienza che molti pazienti descrivono in maniera molto semplice: “Finalmente non penso continuamente al cibo.”

Nello studio INFORM, condotto su 550 adulti in trattamento con semaglutide, il punteggio mediano al Food Noise Questionnaire riferito retrospettivamente al periodo precedente il trattamento era 13 su 20, rispetto a 6 al momento dell’indagine. Gli stessi autori sottolineano la necessità di confermare questi risultati attraverso ulteriori studi prospettici. Anche altri studi sull’esperienza delle persone in trattamento descrivono una riduzione della fame, dei craving e del food noise, insieme a una maggiore sazietà e a cambiamenti nel comportamento alimentare.

Per alcune persone, quindi, il cambiamento non riguarda soltanto quanto mangiano, ma anche quanto spazio mentale occupava il cibo prima del trattamento.

E questa riduzione può essere vissuta come una nuova forma di libertà.

Meno tempo trascorso a pensare al prossimo pasto.
Meno negoziazioni continue con sé stessi.
Meno energia utilizzata per resistere, controllarsi o sentirsi in colpa.

Ed è proprio quando si crea questo spazio che può emergere una domanda nuova:

Se il cibo smette di occupare tutto questo spazio, cosa posso iniziare a costruire al suo posto?

Il cambiamento favorito dal farmaco può diventare così un’occasione preziosa per costruire nuove abitudini e rinforzare, a piccoli passi, un nuovo modo di prendersi cura di sé.

Il punto non è contrapporre farmaco e psicoterapia MA comprendere quale funzione ha avuto il cibo nella vita di quella persona e cosa accade quando quella funzione comincia a cambiare.

Dal perdere peso al costruire qualcosa di nuovo

La terapia farmacologica può creare una condizione nuova e, per alcune persone, estremamente preziosa.

Proprio per questo possiamo utilizzare questo periodo non soltanto per perdere peso, ma per sperimentare un modo diverso di stare con il cibo e con sé stessi.

Riconoscere fame e sazietà. Comprendere meglio i propri automatismi.
Interrompere il circuito restrizione–abbuffata–senso di colpa.
Gestire diversamente i momenti critici. Ridimensionare il pensiero “tutto o niente”.
Riscoprire il movimento come cura e non come compensazione.
Costruire un rapporto diverso con un corpo che cambia.
Inserire gradualmente nuove abitudini compatibili con la propria vita.

Non si tratta di utilizzare il farmaco per diventare finalmente “perfetti”. Al contrario. Può essere l’occasione per smettere di combattere continuamente contro sé stessi e iniziare a costruire qualcosa di diverso.

Dove entra il supporto psicologico?

Il trattamento dell’obesità può richiedere una presa in carico multidisciplinare. Indicazione, prescrizione e gestione della terapia farmacologica rimangono di competenza medica.

Il lavoro psicologico si occupa di un altro livello:

Cosa accade alla persona mentre il suo rapporto con fame, cibo, peso e corpo sta cambiando.

Nel mio lavoro accompagno persone che affrontano questi percorsi intervenendo in particolare su abbuffate e perdita di controllo, motivazione, aspettative legate al dimagrimento, rapporto con cibo e corpo, paura di recuperare peso e costruzione di nuove abitudini.

Attraverso un approccio breve e strategico, osserviamo il funzionamento della difficoltà nel presente, individuiamo le tentate soluzioni che rischiano di mantenerla e introduciamo strategie ed esperienze concrete capaci di modificare progressivamente quel sistema.

Perché il cambiamento non consiste necessariamente nel controllarsi di più.

A volte significa non avere più bisogno di combattere ogni giorno la stessa battaglia.

Il farmaco può aprire una possibilità. Il percorso psicologico può aiutare a trasformarla in cambiamento.

Martina Mignolli – Psicologa